Home Lo spazio di dina Il movimento espressivo

Cara Alessandra,

mi fa piacere condividere con te alcuni pensieri che animano la mia personale ricerca nel campo della danza. Le mie esperienze, seppure molto limitate, mi hanno dato lo spunto per elaborare riflessioni che forse, nell’eco della loro comunicazione, possono produrre frutti più sostanziosi. In particolare parto dalle origini del movimento espressivo, quello non ancora elaborato attraverso uno studio specifico, ma che ci appartiene da sempre, insito nel nostro essere.

Il movimento fa parte della nostra vita e la accompagna in ogni sua accezione. Non è un caso che la fine del movimento, l’immobilità, è collegato alla morte, sia metaforicamente che nel sentire comune.

E’ interessante soffermarsi sul movimento di per se perché purtroppo, l’educazione e la cultura, spesso lo classificano solo sotto l’aspetto funzionale o sportivo, sottovalutando o non considerando neanche, il movimento espressivo.

L’atteggiarsi del nostro essere, il modo di porgersi, il modo di esprimersi con il viso, gli arti e il corpo intero, è parte di noi e fuoriesce prepotentemente dal nostro essere, spesso senza nostra consapevolezza, ma stimolando negli altri la percezione di noi. Siamo talmente abituati a percepire il movimento espressivo delle persone che ci stanno attorno, che lo identifichiamo con l’immagine che ne abbiamo, tuttavia non ne siamo consapevoli, perché a meno che non ci sia un’evidente anomalia, descriviamo le persone solo attraverso i caratteri somatici.

Se facessimo più attenzione a questo aspetto, potremmo definire con maggiore consapevolezza il modo di camminare, muovere la testa o le braccia, la postura della schiena e del bacino, le espressioni del viso, l’espressività delle sopracciglia, o il modo di tenere il collo e queste caratteristiche forse sarebbero più identificative rispetto al colore degli occhi o alla statura.

La cosa ancora più sorprendente è che nessuno di noi (a meno che non si facciano studi specifici sull’argomento), ha piena consapevolezza del proprio personale movimento espressivo e ciò è ampiamente dimostrato dal fatto che quando ci osserviamo attraverso l’occhio di una telecamera, non ci riconosciamo e siamo i primi a stupirci di noi stessi. In questi casi il più delle volte ci schermiamo con un eccessivo controllo del movimento costruito e non spontaneo. Questa è la ragione per cui la maggior parte delle persone non riesce a camminare in palcoscenico o si imbarazza se si sente osservato: ha il timore che il suo atteggiamento non sia perfettamente controllato. Il problema culturale di non riconoscere il movimento espressivo fa sì che, per esempio, davanti allo specchio riconosciamo delle immagini statiche di noi stessi, ma non riusciamo a vederci nella dinamica.

Mi sono chiesta quando, durante il corso della nostra vita, si origina questo fenomeno.

Lavorando nel campo del movimento espressivo anche con bambini molto piccoli, mi sono resa conto che il passaggio a questa fase è progressivo: i piccoli infatti non mostrano alcun senso di imbarazzo nell’esprimersi attraverso il movimento, anzi, all’inizio della vita l’unico mezzo di comunicazione risiede nella espressività motoria (sorrisi, mimiche, atteggiamenti, grida, movimenti ritmici). Con il tempo l’uso del linguaggio verbale, più “disciplinabile” di quello motorio e ritmico, prende il sopravvento e di fatto limita l’espressività corporea. L’educazione, la cultura, il contesto sociale agiscono da freni per lo sviluppo della espressività nel movimento, e intervengono per canalizzare le possibilità comunicative solo attraverso la verbalizzazione.

Il momento clou di questo percorso avviene nell’adolescenza, quando i cambiamenti repentini del corpo producono una sensazione di forte imbarazzo. Quasi nessun adolescente è contento del proprio aspetto fisico e, il più delle volte, si nasconde dietro atteggiamenti costruiti e imitati da altri (coetanei o idoli del momento). E’ proprio questo il momento peggiore, quando si diventa consapevoli che il movimento espressivo svela in modo incontrollabile la propria personalità.

Con il passare del tempo l’eccesso si ammorbidisce, ma rimane sempre quel senso di inadeguatezza che ci impedisce di muoverci in modo libero soprattutto se sappiamo di essere osservati. Il “mostro” dell’adolescenza continua a perseguitarci e riusciamo a tenerlo a bada solo se impariamo a controllare i nostri gesti oppure li rendiamo più adatti alle situazioni in cui ci troviamo. Un modo molto frequente di aggirare l’ostacolo è quello di “interpretare”: riportare alla mente fatti o personaggi o copiare altri comportamenti che abbiano il potere di non svelarci.

Inutile dire che tutta questa premessa mi serve a sviluppare strategie per aiutare, attraverso l’uso del movimento espressivo, a recuperare la corporeità necessaria per una vita più equilibrata e serena, nelle diverse situazioni di partenza, senza con ciò nulla togliere ad attività mirate in casi particolari.

Dina